Commissione Regionale Pari Opportunità: “Nessuna rappresentanza al Sindacato. Scelta miope e sbagliata”

L’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale ha presentato i giorni scorsi la proposta dei nominativi delle 21 donne che comporranno la nuova Commissione per le Pari Opportunità. Proposta che verrà sottoposta al voto dell’Assemblea legislativa regionale: 21 nominativi nessuno dei quali espressione del Sindacato Confederale.

“Riteniamo profondamente miope e sbagliata la scelta di non dare nessuna rappresentanza all’interno della CPO a chi rappresenta centinaia di migliaia di donne lavoratrici, disoccupate e pensionate marchigiane e che da molti anni si batte per i loro diritti e soprattutto per superare vecchie e nuove diseguaglianze, nel lavoro e nella società”. E’ quanto dichiarano Daniela Barbaresi, Cristiana Ilari e Claudia Mazzucchelli, rispettivamente Segretarie di CGIL CISL UIL Marche.

Nelle motivazioni esplicitate dalla Presidenza del Consiglio regionale si legge che sono state individuate donne che hanno riconosciuta esperienza sulla condizione femminile nei suoi diversi aspetti e profili e siano rappresentative dei movimenti e delle diverse culture del mondo femminile.

“Evidentemente per la Presidenza del Consiglio regionale il tema del lavoro e delle tante, troppe difficoltà e diseguaglianze con le quali si misurano tante lavoratrici non rappresenta una priorità e un aspetto centrale nella vita delle donne” – aggiungono Barbaresi, Ilari e Mazzucchelli.

Il lavoro delle donne dovrebbe essere al centro del dibattito politico e istituzionale soprattutto in considerazione dell’alto prezzo che le donne hanno già pagato per la crisi causata dalla pandemia, che acuisce vecchie e nuove diseguaglianze.

Secondo l’ultima rilevazione Istat, nelle Marche in un anno si sono già persi 35 mila occupati, di cui 25 mila donne (pari al 70%), mentre la disoccupazione femminile è tornata prepotentemente a due cifre, nonostante il numero crescente di donne che, sfiduciate, hanno rinunciato a cercare lavoro.

Tutto ciò in un contesto fatto di stereotipi, diseguaglianze e discriminazioni, precarietà diffusa e part time spesso involontario che interessano due marchigiane su tre. Divari di genere nel lavoro a partire da quello retributivo che porta le lavoratrici a percepire oltre 7 mila euro lordi annui in meno rispetto ai loro colleghi maschi, a cui si aggiungono le diseguaglianze nell’avanzamento di carriera e nella valorizzazione delle competenze.

Per non parlare del mancato riconoscimento del lavoro di cura, a carico ancora soprattutto delle donne, e della mancanza di un’adeguata rete di welfare a partire dai servizi per la prima infanzia di cui le Marche sono scandalosamente carenti tanto che solo 1 bambino su 4 da 0 a 3 anni può avere accesso all’asilo nido, mentre oltre 800 lavoratrici ogni anni lasciano il lavoro alla nascita di un figlio poste obbligate a scegliere tra lavoro e maternità.

E allora, se non si vuole continuare con la retorica del calo demografico, se non come scusa per il ritorno a casa delle donne occorre, anche nelle Marche, fare i conti con un mercato del lavoro frantumato, precarizzato che indebolisce la qualità del lavoro e del nostro sistema produttivo e con esso le prospettive di sviluppo e coesione.

Sono questi i temi di cui la Regione deve cominciare ad occuparsi al più presto con coerenti politiche del lavoro, sociali e di sviluppo e per questo è fondamentale che anche la CPO svolga pienamente un ruolo propositivo, di stimolo e controllo.

Chiediamo pertanto all’Ufficio di Presidenza di tornare sui suoi passi e modificare la proposta e al Consiglio Regionale di intervenire per dare il giusto peso al lavoro e la giusta voce alle donne e a chi le rappresenta.